L’ansia da lavoro non riguarda necessariamente persone poco preparate o insicure delle proprie capacità. Nella mia esperienza accade spesso il contrario: incontro professionisti, manager e imprenditori competenti, con esperienza e responsabilità importanti, che sanno perfettamente cosa dovrebbero fare e che in condizioni normali sono perfettamente in grado di farlo. La difficoltà emerge in alcune situazioni specifiche. Una riunione importante, una trattativa delicata, un confronto con un collaboratore, una decisione difficile, un nuovo incarico oppure una fase di crescita dell’attività possono modificare improvvisamente il modo in cui una persona vive ciò che fino a quel momento aveva saputo gestire.

Razionalmente sa cosa fare. Emotivamente qualcosa cambia. Le competenze ci sono, ma diventano più difficili da utilizzare. È uno degli aspetti che considero più interessanti nell’ansia da prestazione lavorativa perché aiuta a distinguere un problema di preparazione da un problema completamente diverso. Se mi manca una competenza posso acquisirla. Se invece so già cosa dovrei fare ma l’ansia mi impedisce di farlo con la consueta libertà, continuare ad accumulare tecniche e conoscenze potrebbe non essere la soluzione.

Cos’è l’ansia da lavoro e quando diventa un problema

Una certa tensione prima di una situazione professionalmente importante è normale. Se devo presentare un progetto decisivo, sostenere una trattativa complessa o prendere una decisione con conseguenze significative è comprensibile sentire una maggiore attivazione. L’ansia non è quindi necessariamente il problema. Può diventarlo quando supera una soglia personale e comincia a modificare il modo in cui pensiamo e agiamo. L’attenzione si sposta progressivamente da ciò che dobbiamo fare a ciò che potrebbe andare storto.

“E se sbaglio?”

“E se non so cosa rispondere?”

“E se faccio una brutta figura?”

“E se si accorgono che non sono abbastanza preparato?”

Da quel momento possiamo iniziare a prepararci più del necessario, ricontrollare ogni dettaglio, chiedere conferme oppure ripensare continuamente a ciò che dovremo dire. Il tentativo è comprensibile: vogliamo arrivare alla situazione sentendoci finalmente sicuri. Il paradosso è che quella sicurezza completa difficilmente arriva. Più cerchiamo di eliminare ogni possibilità di errore più rischiamo di arrivare al momento della prestazione mentalmente affaticati e concentrati sul pericolo. 

Ansia da prestazione lavorativa: quando sai fare ma ti blocchi

Una persona normalmente brillante durante una riunione può iniziare a parlare poco perché controlla ogni frase prima di pronunciarla.

Un professionista può preparare e ripreparare un lavoro senza riuscire mai a considerarlo abbastanza buono.

Un manager può sapere perfettamente che dovrebbe affrontare un collaboratore ma continuare a rimandare il confronto.

Un imprenditore abituato a negoziare può diventare insicuro proprio durante una trattativa particolarmente importante.

Quello che cambia non è necessariamente la capacità professionale ma la quantità di risorse che vengono assorbite dall’ansia e dal tentativo di controllarla. Se mentre parlo sto contemporaneamente osservando come sto parlando, cercando di prevedere il giudizio degli altri e valutando ogni mia frase per verificare che non contenga nulla di sbagliato, una parte della mia attenzione non è più disponibile per fare ciò che normalmente so fare.

Non sto più soltanto lavorando. Sto controllando me stesso mentre lavoro. Questa differenza può sembrare sottile ma nella pratica cambia molto.

Ansia reattiva da lavoro: quando emerge dopo un cambiamento

A volte l’ansia sembra comparire in relazione a un periodo o a un evento professionale preciso. Si parla occasionalmente di ansia reattiva da lavoro in senso descrittivo per indicare un’attivazione ansiosa collegata a determinate condizioni lavorative. Non si tratta però di una diagnosi autonoma.

Può succedere dopo una promozione, con l’ingresso in un’azienda più importante, con l’arrivo dei primi collaboratori oppure quando aumentano responsabilità economiche ed esposizione personale.In altri casi la persona attraversa un periodo professionale particolarmente difficile e da quel momento alcune situazioni che prima affrontava senza problemi iniziano a essere percepite diversamente.

Capire cosa è accaduto è utile ma altrettanto importante è osservare ciò che succede dopo: come la persona reagisce all’ansia e quali strategie inizia a mettere in atto per evitare di sentirla nuovamente.

Ansia da lavoro: sintomi e segnali più comuni

I sintomi dell’ansia da lavoro possono essere molto diversi e non riguardano soltanto la sensazione soggettiva di sentirsi agitati. Alcuni si manifestano soprattutto nei pensieri e nel comportamento mentre altri coinvolgono più direttamente il corpo.

Tra i segnali psicologici e comportamentali possono comparire:

  • pensieri continui legati al lavoro anche fuori dall’orario professionale
  • difficoltà a staccare mentalmente una volta terminata la giornata
  • preparazione eccessiva prima di riunioni, presentazioni o decisioni
  • controlli ripetuti su lavori già completati
  • paura di sbagliare o di non essere abbastanza preparati
  • bisogno frequente di conferme e rassicurazioni
  • difficoltà a prendere decisioni anche quando le informazioni sono sufficienti
  • procrastinazione dei compiti percepiti come più delicati
  • evitamento di telefonate, riunioni, confronti o situazioni di esposizione
  • difficoltà a intervenire durante riunioni o presentazioni
  • forte paura del giudizio di colleghi, clienti, responsabili o collaboratori
  • irritabilità o difficoltà a concentrarsi quando la pressione aumenta

Tra i sintomi fisici dell’ansia da lavoro possono invece comparire:

  • tensione muscolare
  • tachicardia o aumento della frequenza cardiaca
  • sensazione di respiro corto o difficoltà a respirare liberamente
  • sudorazione e tremori
  • nausea, tensione allo stomaco o altri disturbi gastrointestinali
  • mal di testa
  • sensazione generale di agitazione o allerta
  • difficoltà ad addormentarsi o risvegli notturni legati ai pensieri sul lavoro
  • stanchezza persistente dovuta anche alla difficoltà a recuperare
  • nei momenti di ansia più intensa, vertigini, sensazione di perdere il controllo o sintomi compatibili con un episodio di panico

Il punto non è però la presenza isolata di uno di questi sintomi, ma quanto stanno modificando il modo di lavorare e di vivere. Un periodo di maggiore tensione può essere una risposta comprensibile a una fase professionale impegnativa. Diventa più significativo quando questi segnali persistono, richiedono sempre più energie oppure cominciano a restringere ciò che la persona si sente in grado di affrontare.

Quando lavorare costa troppa energia

Esiste una forma di ansia lavorativa che dall’esterno può essere quasi invisibile. La persona continua a ottenere risultati. Rispetta le scadenze, partecipa alle riunioni, gestisce clienti e collaboratori e magari continua persino a crescere professionalmente. Per mantenere quel livello di prestazione però consuma una quantità enorme di energia.

Una presentazione che potrebbe richiedere due ore ne occupa cinque perché deve essere controllata ripetutamente. Una decisione continua a tornare nella mente anche dopo essere stata presa. Una conversazione avuta durante il giorno viene ripercorsa la sera per verificare se qualcosa avrebbe potuto essere detto diversamente.

Dall’esterno nessuno vede necessariamente una persona in difficoltà. Spesso vede una persona estremamente scrupolosa. Dentro però il lavoro è diventato molto più faticoso. Funzionare bene non significa stare bene mentre si funziona.  Per professionisti e imprenditori competenti questo punto è particolarmente importante perché l’esperienza accumulata può permettere di compensare per molto tempo gli effetti dell’ansia. Il problema può restare nascosto finché il costo personale non diventa troppo alto.

Ansia prima di andare al lavoro

Per alcune persone l’ansia non compare soltanto durante il lavoro. Inizia molto prima. Può arrivare la domenica sera pensando alla settimana successiva oppure al mattino appena svegli. La mente comincia ad anticipare riunioni, scadenze, conversazioni difficili e possibili problemi ancora prima che la giornata sia cominciata. In alcuni casi si arriva a provare una vera angoscia di andare al lavoro.

Qui è importante non arrivare troppo velocemente a una spiegazione. A volte esistono realmente condizioni professionali particolarmente difficili che vanno riconosciute per quello che sono. Altre volte invece il contesto lavorativo è diventato il luogo nel quale si concentra una paura più specifica: essere giudicati, commettere errori, perdere il controllo oppure non riuscire a sostenere determinate responsabilità.

La stessa ansia può avere significati molto diversi da persona a persona. Capire quale dinamica è presente cambia il tipo di intervento necessario.

Attacchi di panico al lavoro

Nei casi più intensi possono comparire episodi di forte attivazione accompagnati da tachicardia, difficoltà respiratoria, tremori, sensazioni di vertigine o paura di perdere il controllo. È utile in queste situazioni distinguere una forte ansia anticipatoria da veri e propri attacchi di panico e comprendere se gli episodi siano circoscritti al lavoro oppure presenti anche in altri contesti.

Dopo un primo episodio può infatti svilupparsi un problema ulteriore. La persona non teme più soltanto la riunione o la presentazione ma anche la possibilità di stare nuovamente male proprio mentre si trova davanti a colleghi, collaboratori o clienti. La paura che l’attacco ritorni può diventare una nuova fonte di ansia.

Ansia da lavoro e paura di sbagliare

Quando lavoriamo sull’ansia da lavoro non mi interessa soltanto sapere che una persona ha paura. Cerco soprattutto di comprendere cosa fa quando quella paura compare.

Tre meccanismi si presentano con particolare frequenza: il controllo, il perfezionismo e l’evitamento. Non si tratta comportamenti problematici in assoluto. Controllare un lavoro prima di consegnarlo è ragionevole. Voler raggiungere standard elevati può essere una risorsa. Evitare una situazione realmente dannosa può essere una scelta sensata. La difficoltà nasce quando queste modalità diventano rigide e cominciano a essere utilizzate principalmente per ridurre l’ansia.

Ipercontrollo

Una delle reazioni più comprensibili alla paura di sbagliare è aumentare la preparazione. Se una riunione mi preoccupa preparo tutte le possibili risposte. Se temo una domanda controllo ancora i dati. Se ho paura di dimenticare qualcosa rileggo nuovamente il documento.

All’inizio tutto questo sembra aumentare la sicurezza. Il problema può nascere quando non riusciamo più a fermarci perché ogni controllo apre la possibilità di un altro controllo. A quel punto non stiamo cercando soltanto di fare un buon lavoro. Stiamo cercando una garanzia.

E nel lavoro le garanzie assolute sono rare. Più abituiamo noi stessi all’idea di dover essere completamente sicuri prima di agire più l’incertezza normale di una decisione può diventare difficile da sostenere. Si arriva così alla situazione molto preparati ma emotivamente già sovraccarichi.

Perfezionismo

Il perfezionismo non coincide semplicemente con l’avere standard professionali elevati. Per chi lavora a livelli di responsabilità importanti l’accuratezza può essere una qualità preziosa. La differenza emerge quando fare bene non è più sufficiente e l’errore comincia ad assumere un significato personale.

Non ho semplicemente commesso un errore. L’errore potrebbe dimostrare che non sono abbastanza bravo. 

Non ho semplicemente ricevuto una critica. La critica potrebbe indicare che gli altri stanno iniziando a vedermi diversamente.

Il lavoro diventa una verifica del proprio valore. Da quel momento chiudere un progetto può diventare difficile perché esiste sempre qualcosa da migliorare. Delegare diventa complicato perché qualcun altro potrebbe non rispettare lo stesso standard. Prendere una decisione può diventare estenuante perché una scelta imperfetta viene vissuta come qualcosa che non dovrebbe accadere.

Evitamento e procrastinazione

L’altra risposta frequente è evitare. Si rimanda una telefonata, non si risponde a un’email difficile, si sposta un confronto con un collaboratore, si lascia passare ancora qualche giorno prima di prendere una decisione. Nel momento in cui evitiamo l’ansia può diminuire e questo produce sollievo. 

Il problema è proprio quel sollievo. Se ogni volta che una situazione genera ansia la evito, non ho modo di scoprire cosa sarebbe successo affrontandola. L’evitamento può quindi contribuire al mantenimento della paura proprio perché funziona molto bene nel breve periodo.

Ciò che protegge oggi può limitare domani. Con il tempo il perimetro delle situazioni affrontabili rischia di restringersi e la persona può iniziare a costruire il proprio modo di lavorare attorno a ciò che teme.

Paura del giudizio, decisioni e leadership

Dietro alcune forme di ansia lavorativa non troviamo tanto la paura del compito quanto quella del giudizio che potrebbe seguire. Del capo, dei colleghi, dei collaboratori, dei soci o dei clienti. 

Per un professionista il timore può essere quello di apparire poco competente.

Per un manager può esserci la paura di perdere autorevolezza.

Per un imprenditore può diventare particolarmente difficile sostenere decisioni che inevitabilmente scontenteranno qualcuno.

La persona può quindi iniziare a parlare meno durante le riunioni, evitare posizioni troppo nette oppure cercare molte conferme prima di decidere. Può fare fatica a dire di no a un cliente perché teme di perderlo. Può evitare di correggere un collaboratore per non creare tensione. Può accettare condizioni che considera sbagliate pur di non affrontare un conflitto. A quel punto l’ansia non produce soltanto sofferenza interna. Comincia a partecipare alle decisioni.

Questo passaggio è particolarmente rilevante nei ruoli di leadership. Guidare altre persone significa anche assumersi la responsabilità di decisioni che non verranno apprezzate da tutti. Significa comunicare limiti, dare feedback difficili, distribuire responsabilità e qualche volta interrompere collaborazioni. Se il disaccordo viene vissuto come prova di avere sbagliato oppure come minaccia alla relazione, diventa molto più difficile agire in modo coerente con ciò che professionalmente sappiamo essere necessario.

Quando l’ansia condiziona le decisioni

Anche il processo decisionale può cambiare. Una persona che normalmente valuta le informazioni e decide può iniziare a cercare un livello di certezza che quella situazione non permette di ottenere. Raccoglie un nuovo dato. Chiede un’altra opinione. Aspetta ancora un giorno. Riapre una decisione che sembrava conclusa.

Non sempre sta diventando più prudente. A volte sta cercando di ridurre il disagio che deriva dall’assumersi la responsabilità di una scelta inevitabilmente incerta. Questo è un punto che incontro spesso lavorando con imprenditori. Molte decisioni importanti non permettono di conoscere anticipatamente tutte le conseguenze. A un certo momento bisogna scegliere sulla base delle informazioni disponibili e accettare una parte di rischio.

La difficoltà psicologica può quindi non essere capire quale sia la decisione perfetta ma sostenere emotivamente una decisione imperfetta.

Ansia da nuovo lavoro e crescita professionale

L’ansia può comparire proprio quando le cose stanno andando bene. Una promozione, un nuovo incarico, clienti più grandi o la crescita dell’azienda possono portare con sé opportunità desiderate per anni e allo stesso tempo far emergere insicurezze che prima non erano presenti.

È una situazione che spesso sorprende. La persona funzionava perfettamente nel ruolo precedente e improvvisamente comincia a sentirsi meno sicura. Può pensare di essere arrivata troppo in alto oppure temere che il nuovo contesto metterà finalmente in evidenza qualche limite nascosto.

Nel caso di un nuovo lavoro la paura di non farcela può essere particolarmente intensa perché vengono meno molti riferimenti abituali. Bisogna comprendere nuove dinamiche, costruire relazioni e capire aspettative che all’inizio non sono sempre esplicite. Per chi ha già molta esperienza può essere persino più difficile accettare di sentirsi nuovamente incerto.

Quando il nuovo ruolo mette alla prova

Essere molto bravi nel proprio lavoro non significa automaticamente essere pronti a gestire persone. Essere un eccellente professionista non significa sapere già come sostenere la responsabilità emotiva di dirigere uno studio. Essere un bravo imprenditore nella fase iniziale non significa vivere senza difficoltà il momento in cui l’azienda cresce e non è più possibile controllare direttamente ogni attività.

Ogni passaggio professionale può richiedere qualcosa di diverso. Magari fino a quel momento il successo dipendeva soprattutto dalla capacità tecnica mentre ora diventa necessario delegare. Oppure si era abituati a essere valutati sul proprio lavoro e improvvisamente bisogna valutare il lavoro degli altri.

La crescita professionale può precedere quella personale. Non significa che quella crescita sia stata un errore. Significa che il nuovo ruolo sta chiedendo di confrontarsi con aree che quello precedente lasciava in secondo piano: potere, responsabilità, giudizio, conflitto, esposizione oppure capacità di tollerare che qualcosa venga fatto in maniera diversa dalla nostra.

È proprio in queste transizioni che l’ansia da nuovo lavoro o da nuovo ruolo può diventare un segnale interessante da comprendere invece di essere interpretata immediatamente come prova di non essere abbastanza preparati.

Come superare l’ansia da lavoro

Quando una persona mi chiede come gestire l’ansia da lavoro non parto automaticamente da tecniche per rilassarsi. Cerco prima di capire come funziona concretamente il problema.

Cosa succede prima della situazione temuta? Cosa fai quando compare l’ansia? Controlli? Rimandi? Cerchi rassicurazioni? Prepari ogni possibile scenario? Eviti di esporti? Cerchi di essere impeccabile per non offrire agli altri alcuna ragione per criticarti?

Queste domande permettono di passare da una definizione molto generica come “sono ansioso al lavoro” a una comprensione molto più precisa del meccanismo. Non tutte le persone ansiose fanno la stessa cosa. Per questo non credo molto nelle indicazioni identiche per tutti.

Capire come cerchi di sentirti più sicuro

Una parte importante del lavoro consiste nell’individuare le strategie utilizzate per gestire l’ansia e verificare se alcune di esse stanno involontariamente contribuendo a mantenerla.

Il controllo ne è un esempio. Controllare può ridurre temporaneamente il dubbio ma se ogni dubbio richiede un nuovo controllo diventa difficile costruire fiducia nella propria capacità di procedere anche senza certezza assoluta.

Lo stesso accade con le rassicurazioni. Chiedere un confronto può essere utile ma se prima di ogni decisione ho bisogno che qualcuno mi confermi che sto facendo la cosa giusta la sicurezza arriva sempre dall’esterno.

Anche l’evitamento produce un effetto simile. Ogni volta che rimando una situazione difficile posso sentirmi meglio ma la volta successiva quella stessa situazione potrebbe apparire ancora più difficile.

Il lavoro terapeutico interviene quindi anche su questi meccanismi. Progressivamente si può ridurre ciò che non serve più, interrompere alcuni evitamenti e tornare ad affrontare situazioni che nel tempo hanno acquisito un peso sproporzionato. L’obiettivo non è arrivare a non provare più nulla ma evitare che ogni sensazione di ansia debba essere eliminata prima di poter agire.

Quando il problema non nasce dal lavoro

C’è poi una domanda che considero fondamentale: questa difficoltà esiste soltanto nella vita professionale?

Un manager che non riesce a dire di no ai collaboratori potrebbe scoprire di vivere qualcosa di molto simile anche nelle relazioni personali.  La paura di deludere il proprio responsabile potrebbe assomigliare alla paura di deludere le persone significative della propria vita. Il bisogno di essere perfetti sul lavoro potrebbe essere presente da molti anni e avere assunto forme diverse durante lo studio, nelle relazioni o nelle scelte personali.

In questi casi il lavoro non ha necessariamente creato il problema. Può essere diventato il luogo nel quale quel meccanismo emerge con maggiore evidenza perché pressione, responsabilità e giudizio lo rendono più difficile da compensare.

Quando invece la preoccupazione è molto estesa e coinvolge stabilmente numerose aree della vita può essere utile distinguere l’ansia legata alla prestazione professionale da quadri più ampi come l’ansia generalizzata. Questa distinzione è importante perché concentrarsi soltanto sulla performance rischierebbe altrimenti di lasciare intatta la dinamica che la sta condizionando.

Psicoterapia e business coaching online

Ci sono professionisti che arrivano da me sapendo già molto bene quale sarebbe la soluzione razionale al loro problema. Sanno che dovrebbero delegare. Sanno che un collaboratore deve essere affrontato. Sanno che continuare a controllare ogni dettaglio sta rallentando l’attività. Sanno che dovrebbero aumentare un prezzo oppure mettere un confine più chiaro con un cliente. Non hanno bisogno di qualcuno che ripeta loro cosa sarebbe strategicamente sensato fare. Il problema è riuscire a farlo.

È proprio su questo spazio tra sapere e fare che ho costruito il mio percorso di business coaching online rivolto in particolare a imprenditori e professionisti che possiedono già competenze ma incontrano blocchi emotivi nel momento in cui devono utilizzarle.

Il lavoro integra dimensione professionale e psicologica. Possiamo quindi parlare di leadership, delega, gestione dei collaboratori, decisioni e comunicazione ma senza trattare questi temi come semplici competenze da apprendere.  Mi interessa soprattutto capire cosa accade dentro la persona quando prova a delegare, decidere, esporsi o sostenere un conflitto. Per qualcuno significa lavorare sull’eccesso di controllo. Per qualcun altro significa interrompere gli evitamenti. In altre situazioni il nodo principale riguarda il bisogno di approvazione, la paura di sbagliare oppure la difficoltà a tollerare che una decisione importante possa avere anche conseguenze negative.

L’obiettivo non è trasformare un imprenditore in una persona che non prova mai ansia. Una quota di tensione accompagna inevitabilmente ruoli nei quali esistono responsabilità reali. L’obiettivo è poter continuare a utilizzare le proprie capacità anche quando ci sono pressione, possibilità di errore e giudizio degli altri.

Conclusioni

L’ansia da lavoro è particolarmente frustrante quando sappiamo di essere competenti. Se non so come svolgere un compito posso impararlo. Se mi manca una conoscenza posso studiare. Se non possiedo una determinata capacità posso allenarla. Quando invece so perfettamente cosa dovrei fare ma qualcosa mi impedisce di farlo con la stessa libertà, la risposta può essere meno evidente.

È facile pensare di aver bisogno di un’altra tecnica, di una preparazione ancora maggiore oppure di qualche garanzia in più. A volte però continuare ad aggiungere controllo a una situazione dominata dal bisogno di controllo finisce soltanto per rafforzare il problema. Lo stesso vale per l’evitamento. Se aspetto di sentirmi completamente tranquillo prima di affrontare ciò che temo rischio di trascorrere molto tempo ad aspettare una condizione che non arriva. Non serve eliminare ogni possibilità di errore.

Il punto è poter tornare a decidere, parlare, delegare, affrontare un confronto o assumersi una responsabilità senza dover prima ottenere la certezza che tutto andrà bene. Perché molto spesso il problema non è diventare più competenti ma riuscire a utilizzare con maggiore libertà le competenze che si hanno già.

FAQs

L’ansia da lavoro può comparire anche se amo il mio lavoro?

Sì. Essere soddisfatti della propria professione non rende immuni dall’ansia. In alcuni casi proprio l’importanza attribuita al lavoro può aumentare il peso emotivo di una prestazione o di una decisione. Posso amare profondamente ciò che faccio e avere comunque paura di perdere ciò che ho costruito, deludere qualcuno oppure non riuscire a mantenere il livello raggiunto.

Cambiare lavoro può far passare l’ansia?

Dipende da ciò che la alimenta. Se la difficoltà è strettamente collegata a determinate condizioni professionali un cambiamento può avere un effetto significativo. Se invece il problema riguarda il rapporto personale con errore, giudizio, responsabilità o bisogno di controllo è possibile che dinamiche simili ricompaiano anche nel nuovo contesto. Per questo prima di attribuire tutto all’ambiente può essere utile comprendere con precisione il funzionamento dell’ansia.

Il lavoro da remoto aiuta chi soffre di ansia lavorativa?

Può aiutare alcune persone e rendere la giornata più sostenibile ma non rappresenta automaticamente una soluzione. Se lavorare da casa permette semplicemente di evitare tutte le situazioni che generano paura, il sollievo immediato potrebbe lasciare invariato il problema. Bisogna capire quale funzione assume il lavoro da remoto nella situazione specifica.

È utile parlare della propria ansia con colleghi o responsabili?

Non esiste una scelta valida per tutti. Dipende dal rapporto con quelle persone, dal contesto professionale e dal motivo per cui si desidera condividere la difficoltà. Prima di farlo può essere utile chiedersi quale risultato concreto si vuole ottenere dalla conversazione e quali informazioni sia realmente necessario comunicare. Non è indispensabile raccontare aspetti personali che si preferisce mantenere riservati.

L’ansia da lavoro può passare da sola?

Alcuni periodi di ansia possono ridursi quando cambia la situazione che li ha generati. In altri casi però le strategie sviluppate per proteggersi, come evitare, controllare continuamente o cercare rassicurazioni, possono mantenere il problema anche quando la fase più difficile è terminata. Più che chiedersi soltanto quanto tempo sia passato può essere utile osservare se l’ansia sta progressivamente diminuendo oppure se sta restringendo sempre di più il proprio modo di lavorare.

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