Qualche tempo fa si è rivolto a me un imprenditore che, già dalla prima telefonata, mostrava una grande difficoltà nei processi decisionali.

Durante quella prima chiamata, ad esempio, non riusciva nemmeno a decidere se iniziare un percorso con me o con un altro collega. Continuava a fare domande, a rimandare la decisione, a cercare ulteriori conferme.

Mentre parlavamo avevo già intuito quale potesse essere il nodo principale e glielo feci presente. Lui capì subito che avevo colto qualcosa di importante. Succede spesso con gli imprenditori: quando percepiscono di parlare con qualcuno che comprende davvero il loro modo di ragionare, la fiducia nasce molto rapidamente.

Così decise di prendere appuntamento con me, anche se per iniziare il lavoro avrebbe dovuto aspettare qualche tempo.

Nel frattempo stava già facendo una terapia psicoanalitica da circa sette anni. Inizialmente aveva iniziato quel percorso per altri motivi, ma quando era comparso il blocco lavorativo – ormai da circa un anno – quella terapia non lo stava aiutando a uscirne.

Un blocco totale della performance

Quando arrivò al primo incontro mi raccontò di stare attraversando un momento molto difficile.

Da circa un anno non riusciva più a lavorare.

Continuavano ad arrivare email, richieste di lavoro e solleciti. Aveva contatti importanti, progetti aperti e lavori già iniziati.

Eppure non riusciva a rispondere.

Non riusciva a chiudere i lavori già avviati e nemmeno a mandare le fatture.

Era come se si fosse completamente bloccato.

A rendere la situazione ancora più pesante c’era stato anche un lutto familiare molto forte, che aveva aggravato ulteriormente il suo stato emotivo.

I rituali per gestire l’ansia

Nel corso del lavoro emerse che gran parte delle sue giornate erano occupate da una serie di rituali che lui utilizzava per cercare di gestire l’ansia.

Ogni mattina doveva seguire una sequenza molto precisa: passare dall’edicolante, andare in palestra, incontrare determinate persone, ripetere alcuni gesti o percorsi abituali.

Era convinto che questi rituali lo aiutassero a calmarsi e a prepararsi alla giornata lavorativa.

In realtà accadeva l’esatto contrario.

Questi comportamenti gli facevano perdere l’intera mattinata e quando arrivava finalmente il momento di lavorare era già mentalmente esausto. A quel punto il lavoro veniva evitato e rimandato ancora una volta.

Nel frattempo la situazione economica peggiorava.

Nonostante il suo grande potenziale e i numerosi contatti professionali costruiti negli anni, non stava più fatturando.

La sua compagna era diventata l’unica persona che in quel momento lavorava. Eppure fino a poco tempo prima lui era una persona che lavorava moltissimo e viaggiava in tutto il mondo per i suoi progetti professionali.

Il motore nascosto della sua impresa

Durante il percorso emerse un elemento molto importante della sua storia personale.

Gran parte della sua spinta imprenditoriale era nata da una situazione familiare difficile.

La sua famiglia aveva contratto un debito molto importante e lui aveva costruito la propria attività proprio con l’obiettivo di ripagarlo.

Quel debito era diventato il vero motore della sua identità.

Come accade spesso in molti imprenditori, una crisi economica iniziale aveva acceso una forte energia creativa. Aveva iniziato a inventarsi lavori, opportunità e progetti.

E con il tempo aveva iniziato anche a guadagnare molto bene.

Il blocco vicino alla meta

A un certo punto però qualcosa si era fermato.

Quando gli feci notare che la sua identità sembrava ancora profondamente legata a quel debito familiare, e che una volta ripagato sembrava quasi perdere uno scopo, lui colse immediatamente il punto.

Era una persona molto intelligente e capì subito il senso di quella osservazione.

In qualche modo continuava a esistere in funzione di quel debito.

Se il debito veniva ripagato, sembrava quasi non sapere più chi essere.

Lo sblocco

Il giorno successivo tornò da me con una notizia sorprendente.

Aveva fatturato 70.000 euro.

Non si trattava di nuovi lavori improvvisi.

Erano semplicemente fatture già pronte, relative a lavori già completati, che però continuava a rimandare e a non inviare senza riuscire a spiegarsi il motivo.

Il blocco non era tecnico.
Non era organizzativo.

Era emotivo.

Il vero blocco dell’imprenditore

Quando si parla di blocchi negli imprenditori si pensa spesso a problemi di organizzazione, di strategia o di strumenti di lavoro.

Molte persone cercano nuove tecniche, nuovi metodi o nuove soluzioni operative.

Ma molto spesso il problema si trova più in profondità.

I blocchi emotivi possono infiltrarsi nella quotidianità in modo molto sottile.

Nel caso di questo imprenditore, il debito familiare e il ruolo che si era costruito attorno a quel debito avevano progressivamente bloccato la sua capacità di agire.

Quando quel nodo è stato individuato e affrontato, la sua capacità di lavorare ha iniziato rapidamente a sbloccarsi.

Il lavoro successivo: costruire una nuova identità

Dopo questo primo sblocco il lavoro non si è fermato.

Oggi stiamo lavorando su un passaggio ancora più importante: costruire una sua identità personale e professionale sganciata dall’identità familiare.

L’obiettivo è che continui a lavorare, a creare valore e a fatturare non più per ripagare la famiglia o sostenere quel debito simbolico, ma per se stesso.

Questo è un passaggio molto delicato.

Negli imprenditori, soprattutto quando esiste una forte identità familiare, può diventare difficile costruire una propria identità autonoma. Spesso si rimane legati al ruolo che si è assunto per aiutare la famiglia, risolvere un problema o sostenere una situazione difficile.

Quando quel ruolo diventa l’unico motore dell’azione, nel momento in cui il problema si risolve può emergere un forte senso di vuoto.

Per questo motivo il lavoro successivo consiste proprio nel costruire una nuova identità personale, che permetta all’imprenditore di continuare a crescere e a lavorare non più per obbligo o per debito, ma per scelta.

È un passaggio fondamentale. Perché quando l’identità personale rimane troppo legata alla famiglia, il rischio è che quel nodo emotivo torni, prima o poi, a creare nuovi blocchi.